In un articolo semiserio, Cosma Shalizi prende spunto da una recente lettura, Red Plenty, e cerca di quantificare le risorse computazionali necessarie per affrontare, e risolvere, il problema della pianificazione economica.
In parole povere, la risposta e' - troppe. La complessita' del problema aumenta in modo piu' che lineare con il numero di beni e servizi. Per fare un buon lavoro, il Pianificatore Centrale deve sapere tutto riguardo a input e output di tutti i processi produttivi, e per di piu' cercare di interpretare le preferenze dei consumatori (ammesso, ovviamente, che al Pianificatore interessi soddisfare queste preferenze).
L'autore propone (citando Trotski!) che l'unica soluzione per il pianificatore e' di specificare le proporzioni nelle quali ciascun bene/servizio vada prodotto, e lasciare che il mercato faccia arrivare le informazioni dove servono tramite un sistema di prezzi massimizzando la produzione totale. Il "mercato" qui sarebbe l'interazione di consumatori e aziende, dove le aziende sono delle entita' la cui missione e' produrre cose e massimizzare profitti, come in un'economia di mercato. La differenza e' che le aziende sono delle unita' fittizie create dal pianificatore. Non mi e' chiaro, dalla discussione, dove deriva l'incentivo alle aziende di massimizzare profitti visto che non possono trattenerli. Se il pianificatore mi nominasse amministratore delegato di un'azienda socialista, probabilmente mi metterei a massimizzare il beneficio privato - non il profitto. Mi rendo conto che, data l'esperienza sovietica, ma anche solo l'esperienza italiana con l'economia di stato, fare un argomento simile e' come sparare sulla croce rossa. In ogni caso, anche con un sistema di pseudoaziende e pseudoprezzi, resterebbe al pianificatore l'arduo compito di decidere quali beni vadano prodotti in quali proporzioni (e, aggiungo io, quante risorse vadano allocate allo sviluppo di nuovi prodotti).
Il che ci porta a un altro passo nella direzione di capire di che cosa stiamo parlando. Ogni tanto leggo un qualche paper di biologia evolutiva e piano piano mi sono reso conto che i biologi (almeno, quei biologi che hanno un'inclinazione alla matematica) hanno sviluppato indipendentemente una sostanziale parte di economia e teoria dei giochi. La motivazione viene dalla teoria dell'evoluzione: spiegare come determinati tratti genetici possano prevalere in una popolazione, o come diverse popolazioni possano assestarsi in un equilibrio. Poiche' gli animali non si scambiano moneta, il sistema deve convergere verso l'equilibrio grazie soltanto a un principio: la selezione naturale.
A questo riguardo, noi economisti siamo molto piu' confusi. La nostra analisi e' sempre basata sull'ottimizzazione, ma la forza che permette al sistema di convergere verso un equilibrio e' talvolta la volonta' degli agenti (per esempio, l'amministratore delegato di un'azienda che cerca di massimizzare il profitto dando per scontati i prezzi di input e output); talvolta la selezione naturale (per esempio, la determinazione delle proporzioni ottimali di prodotti). Nel caso del pianificatore, la volonta' di un burocrate si sostituisce alla selezione naturale, e ovviamente non e' garantito che avremo risultati migliori (o peggiori). Persino in un'economia di mercato (ritornando al post di Cosma Shalizi) la maggior parte dell'attivita' economica avviene all'interno di aziende nelle quali vige un sistema "sovietico" di pianificazione. Suppongo ci siano numerosi studi sia teoretici che empirici sui limiti ottimali dell'azienda - studi che prima o poi leggero', seppure in forma condensata - i quali piu' o meno consciamente fanno luce su "quale principio ottimizzante sia il piu' efficace in determinate condizioni".
Mi pare tuttavia che la distinzione che ho appena tracciato vada presa piu' seriamente di quanto e' stato fatto finora. Non si puo' semplicemente scrivere una funzione obiettivo, trovarne la derivata prima, e trovare il punto (o i punti) dove la derivata e' zero. E' utile anche avere presente qual e' la forza che spinge il sistema verso questo punto, per capire se e quanto velocemente ci arrivera'.
Un blog dedicato a chi esita prima di esternare. Un aiuto per filtrare tutte le sciocchezze pubblicate che rendono la ricerca della verita' un'impresa donchisciottesca.
sabato 9 giugno 2012
venerdì 8 giugno 2012
Letture sulla crisi dell'euro
Ci ho talmente tanta roba da scrivere che non so da dove cominciare, e forse non comincero' mai, sicuramente non stasera, percio' metto qui un po' di roba che hanno scritto altri per tenere impegnati i nostri voraci lettori.
- L'Euro non c'entra, da Noisefromamerika. Non e' colpa dell'Euro se l'Italia c'ha i suoi problemi.
- E' colpa dell'euro - Il problema dell’Europa? I debiti esteri, non i debiti pubblici, da Linkiesta. Non lo dicono ad alta voce, ma segue direttamente dal loro argomento. I paesi in difficolta' hanno tutti in comune un ingente deficit della bilancia dei pagamenti, un problema che e' apparso o si e' intensificato con l'unione monetaria (e la mancanza di una politica monetaria ad hoc, aggiungo io).
- Sfiga e rivoluzione, da Giap (Wu Ming). L'Euro non e' ne' il problema, ne' la soluzione. Siamo al bivio tra declino e rivoluzione. La crisi dell'Euro e' solo un sintomo della disgregazione della societa' neoliberista.
- L'Europa considera l'unione fiscale, da Reuters. Roba seria!
I ricchi diventano piu' ricchi e i poveri eccetera eccetera
Ma giusto per sicurezza, eh? ci e' recentemente pervenuta la notizia che il Grande Capitale si sta riorganizzando (per che cosa? vedremo). Secondo questo articolo del Financial Times, la famiglia Rotschild/Rothschild (che esiste davvero, non e' solo un gruppo di personaggi delle leggende metropolitane o il nome di un vino) sta riportando tutta la propria ricchezza sotto un unico tetto, e come se non bastasse, sta unendo il proprio destino a quello del proprio equivalente americano, la famiglia Rockefeller, grazie a uno scambio di partecipazioni. Ora, normalmente dei soldi degli altri non me ne importerebbe proprio nulla ma mi sorge la domanda: quali sinergie spingono due famiglie dalla ricchezza leggendaria ad amministrarla insieme?
Il giornalista sostiene che questa si tratta per la famiglia Rotschild di un'opportunita' per mettere un piede in America. (Vi ricordo che il piede era stato loro tolto, per cosi' dire, da J. Pierpont Morgan una centocinquantina di anni fa, quando divento' uno dei referenti ufficiali della Tesoreria USA per il piazzamento delle obbligazioni del Tesoro). L'importante e' averci la pazienza lunga. Poi certo ognuno ha una propria definizione di che cosa vuol dire averci un piede nella porta; e' possibile che sotto sotto il significato sia:
"Ci sono degli investimenti cosi' buoni che non vengono distribuiti con un meccanismo di mercato ma, nel bene o nel male, vengono assegnati alle solite quattro o cinque persone/entita' e quindi essere imparentati finanziariamente con queste quattro o cinque persone/entita' garantisce rendite sul capitale superiori ai tassi di mercato, almeno dopo aver tenuto conto del rischio, ed e' cosi' che le famiglie che si arricchiscono nel 1800 riescono a mantenersi tra le piu' ricche al mondo anche quando la ricchezza e' divisa tra centinaia di discendenti".
:-D (grin)
[Un filino a colpi d'accetta, ma piu' o men l'e' cosi' che gira. Ora se sparisco dopo aver scritto quanto sopra sapremo che i nostri Oscuri Signori sono piu' suscettibili di quanto pensavamo]
Il giornalista sostiene che questa si tratta per la famiglia Rotschild di un'opportunita' per mettere un piede in America. (Vi ricordo che il piede era stato loro tolto, per cosi' dire, da J. Pierpont Morgan una centocinquantina di anni fa, quando divento' uno dei referenti ufficiali della Tesoreria USA per il piazzamento delle obbligazioni del Tesoro). L'importante e' averci la pazienza lunga. Poi certo ognuno ha una propria definizione di che cosa vuol dire averci un piede nella porta; e' possibile che sotto sotto il significato sia:
"Ci sono degli investimenti cosi' buoni che non vengono distribuiti con un meccanismo di mercato ma, nel bene o nel male, vengono assegnati alle solite quattro o cinque persone/entita' e quindi essere imparentati finanziariamente con queste quattro o cinque persone/entita' garantisce rendite sul capitale superiori ai tassi di mercato, almeno dopo aver tenuto conto del rischio, ed e' cosi' che le famiglie che si arricchiscono nel 1800 riescono a mantenersi tra le piu' ricche al mondo anche quando la ricchezza e' divisa tra centinaia di discendenti".
:-D (grin)
[Un filino a colpi d'accetta, ma piu' o men l'e' cosi' che gira. Ora se sparisco dopo aver scritto quanto sopra sapremo che i nostri Oscuri Signori sono piu' suscettibili di quanto pensavamo]
L'euristica dell'uovo in camicia
Premetto subito che basted egg non vuol dire esattamente uovo in camicia; in realta' e' a meta' tra un uovo in camicia e un uovo al tegamino. Se qualcuno sa come si chiama in italiano, saremmo lieti di scoprirlo. Si comincia come se fosse al tegamino, ma poi si aggiunge immediatamente un po' di brodo e si copre per 7-9 minuti. In tal modo la parte superiore viene cotta senza dover girare l'uovo. Premetto anche che ho provato a farlo e non mi e' piaciuto, a me piace il giallo liquido e/o il bianco bruciacchiato, e con questa tecnica si riesce - come nelle uova in camicia - a non avere ne' l'uno ne' l'altro. Vabbeh.
L'uovo in camicia e' funzionalmente lo stesso. E' un piatto cosi' semplice che non c'e' sul menu. Un ristorante puo' prepararlo a costo zero perche' gli ingredienti costano quindici centesimi e l'attenzione richiesta al cuoco e' quasi nulla. Si puo' mettere sul fuoco e dimenticarsene per 10 minuti, poi servirlo e intascare un margine di profitto invidiabile. Non che da sole le uova in camicia permettano a un ristorante di campare, ma sono una di quelle cose che quando richieste dovrebbero dare un momento di gioia al proprietario.
Sostiene Paco Nathan che ogni ristorante dove e' stato che non gli abbia servito un uovo in camicia con un sorriso e' fallito nel giro di poco tempo. In altre parole, non voler vendere al cliente qualcosa che non e' sul menu ma che e' semplice e profittevole e' indicativo di una fatale mancanza di organizzazione e senso degli affari. La domanda interessante qui e' - possiamo applicare questa euristica ad altri filoni di business? (Non tutti: pensate a Telecom Italia). Quali sono le caratteristiche di un settore che permettono a questa euristica di funzionare? Livello di competizione? Intensita' di capitale? mmmhhhh...
Lascio aperto per la discussione e i suggerimenti dei lettori. Potrei aggiungere ancora qualcosa dopo.
L'uovo in camicia e' funzionalmente lo stesso. E' un piatto cosi' semplice che non c'e' sul menu. Un ristorante puo' prepararlo a costo zero perche' gli ingredienti costano quindici centesimi e l'attenzione richiesta al cuoco e' quasi nulla. Si puo' mettere sul fuoco e dimenticarsene per 10 minuti, poi servirlo e intascare un margine di profitto invidiabile. Non che da sole le uova in camicia permettano a un ristorante di campare, ma sono una di quelle cose che quando richieste dovrebbero dare un momento di gioia al proprietario.
Sostiene Paco Nathan che ogni ristorante dove e' stato che non gli abbia servito un uovo in camicia con un sorriso e' fallito nel giro di poco tempo. In altre parole, non voler vendere al cliente qualcosa che non e' sul menu ma che e' semplice e profittevole e' indicativo di una fatale mancanza di organizzazione e senso degli affari. La domanda interessante qui e' - possiamo applicare questa euristica ad altri filoni di business? (Non tutti: pensate a Telecom Italia). Quali sono le caratteristiche di un settore che permettono a questa euristica di funzionare? Livello di competizione? Intensita' di capitale? mmmhhhh...
Lascio aperto per la discussione e i suggerimenti dei lettori. Potrei aggiungere ancora qualcosa dopo.
Peggio e' Meglio
Questo post e' ispirato da un saggio molto famoso in ambienti informatici, intitolato The Rise of ``Worse is Better''.
Il sugo della storia si puo' riassumere come segue. Ci sono due modi di fare le cose in ambito informatico: Fare la Cosa Giusta, e Peggio e' Meglio. I proponenti della prima scuola (sono tentato di etichettarli "giustizialisti") tendono ad affrontare progetti complicati ed ambiziosi al fine di creare prodotti (in senso lato) che siano privi di difetti e internamente coerenti. I "peggioristi" mirano a buttar fuori qualcosa di usabile al piu' presto e poi a migliorarlo in corsa, sotto la pressione degli utenti. Il secondo paradigma, secondo l'autore, ha dimostrato in piu' occasioni di essere superiore da un punto di vista Darwiniano (vince piu' spesso). Esempi di questo paradigma sono Unix (il sistema operativo) e C (il linguaggio di programmazione).
Guardando al presente, ci sono numerosi esempi moderni - per esempio, le mille e una politiche della privacy di Facebook. Se si fosse aspettato di avere la Policy Perfetta prima di lanciare Facebook, Facebook non esisterebbe. La domanda interessante, pero', e': possiamo applicare questo principio al di fuori della tecnologia, all'ingegneria in generale, o persino all'economia e alla politica?
Penso proprio di si'. L'Euro mi sembra che risponda alla descrizione. Un'accozzaglia di popoli, monete e politiche fiscali riuniti da una sola moneta - pianificarla propriamente in anticipo piu' di quanto sia stato fatto non sarebbe stato molto fruttuoso. Meglio buttarsi e vedere cosa succede.
E' pero' vero che questo consiglio non va preso troppo alla lettera, ne' intendo sostenere che l'Euro e' stato concepito come una lucida applicazione di questo paradigma. In un successivo intervento intitolato Worse is Better is Worse - il secondo di una lunga trafila - l'autore raccomanda di non insegnare questo principio perche' perverte le menti della gioventu'. Meglio allevare i giovani a un sano idealismo e lasciare che scelgano da se' di peccare in cantina.
Il sugo della storia si puo' riassumere come segue. Ci sono due modi di fare le cose in ambito informatico: Fare la Cosa Giusta, e Peggio e' Meglio. I proponenti della prima scuola (sono tentato di etichettarli "giustizialisti") tendono ad affrontare progetti complicati ed ambiziosi al fine di creare prodotti (in senso lato) che siano privi di difetti e internamente coerenti. I "peggioristi" mirano a buttar fuori qualcosa di usabile al piu' presto e poi a migliorarlo in corsa, sotto la pressione degli utenti. Il secondo paradigma, secondo l'autore, ha dimostrato in piu' occasioni di essere superiore da un punto di vista Darwiniano (vince piu' spesso). Esempi di questo paradigma sono Unix (il sistema operativo) e C (il linguaggio di programmazione).
Guardando al presente, ci sono numerosi esempi moderni - per esempio, le mille e una politiche della privacy di Facebook. Se si fosse aspettato di avere la Policy Perfetta prima di lanciare Facebook, Facebook non esisterebbe. La domanda interessante, pero', e': possiamo applicare questo principio al di fuori della tecnologia, all'ingegneria in generale, o persino all'economia e alla politica?
Penso proprio di si'. L'Euro mi sembra che risponda alla descrizione. Un'accozzaglia di popoli, monete e politiche fiscali riuniti da una sola moneta - pianificarla propriamente in anticipo piu' di quanto sia stato fatto non sarebbe stato molto fruttuoso. Meglio buttarsi e vedere cosa succede.
E' pero' vero che questo consiglio non va preso troppo alla lettera, ne' intendo sostenere che l'Euro e' stato concepito come una lucida applicazione di questo paradigma. In un successivo intervento intitolato Worse is Better is Worse - il secondo di una lunga trafila - l'autore raccomanda di non insegnare questo principio perche' perverte le menti della gioventu'. Meglio allevare i giovani a un sano idealismo e lasciare che scelgano da se' di peccare in cantina.
mercoledì 4 aprile 2012
Una TAC per la TAV
La discussione sulla TAV in Valsusa è un esempio perfetto di
ciò che questo blog vorrebbe evitare: una serie interminabile di esternazioni
incontrollate e contraddittorie. A sentire alcuni ha la valenza del canale di
Panama. A sentire altri equivale al terremoto del Belice. Ovviamente posizioni
così estreme si possono reggere solo su argomenti mitologici. Da una parte, il
fantasmagorico corridoio 5 Lisbona Kiev (ora ricatalogato, ma i miti restano). Auguriamoci
che Benfica e Dinamo si incrocino in Europa League fra qualche anno, perché
solo un ultras sfegatato potrebbe essere spinto a percorrere tutta la tratta.
Dall’altra, la valle incontaminata violentata dalla brutale invasione aliena.
Non conosco bene la Valsusa, ma se è come altre valli alpine di lingua italiana
che conosco, devono averci già pensato i locali a piantumarla per bene.
Ora qui il punto non è fornire un’altra esternazione
qualsiasi. Ma nemmeno pontificare luoghi comuni del tipo “la verità sta nel
mezzo”. Anzi, siccome mi piace giocare a carte scoperte, dichiaro subito la mia
posizione non neutrale: sono contrario alla TAV in Valsusa. Ossia, se fossi al
posto del nostro premier Monti (tutti lo tirano per la giacchetta, perché io
no?) ritirerei il progetto, come per il ponte sullo stretto. Ma il punto è che
questa posizione può essere motivata con affermazioni molto più caute, moderate
e relative di quelle di chi imbratta vergognosamente i nuovi (!) treni dei
pendolari fra Milano-Torino. Devo premettere che le mie affermazioni si basano
su una forma di razionalità limitata. Le limitazioni sono dovute alla mancanza
di dati numerici che reputo affidabili. Non sono un amante dei dati:
selezionandoli ed etichettandoli furbescamente, spesso si riesce a dare la
rappresentazione della realtà che si preferisce. Inoltre, si tratterebbe in
questo caso di dati di seconda, terza o quarta mano. O forse non è nemmeno
corretto chiamarli dati: si tratta di proiezioni. Le proiezioni di traffico tra
Lisbona e Kiev lasciano il tempo che trovano, sono addirittura in
controtendenza rispetto al trend attuale. Sarei più tranquillo con le
proiezioni dei tempi e dei costi, ma qui entra in gioco il fattore Italia. Ma
ritengo le mie motivazioni robuste rispetto a oscillazioni dei dati in un
intervallo credibile. E in ultima analisi si tratterà di motivazioni relative,
di confronto, che prescindono dal livello assoluto delle variabili.
In un mondo di risorse limitate, in uno stato dalle risorse
finanziarie molto limitate, con risorse temporali ormai agli sgoccioli su molte
questioni aperte, converrete con me che i “tanti soldi” e il “tanto tempo” da
spendere per la TAV in Valsusa possano essere spesi meglio. Si possono trovare
molti esempi. Retoricamente ma purtroppo non tanto, ci si può appellare alle
scuole che cadono in testa ai bambini. Alle colline che franano sui vecchi. O
su risorse economiche, come le Cinque Terre. Ma non voglio soffermarmi su
questioni così lontane dalla TAV e che per il naso di molti italiani puzzano di
ideologico (forse invece sarebbero priorità da allarme rosso per uno svizzero,
eppure dovrebbe avere il cuore più duro). I confronti diventano troppo
difficili, sia da un punto di vista oggettivo che soggettivo. Parlerò allora
solo ed esclusivamente di trasporto passeggeri e merci. Così è facile capire se
la TAV in Valsusa è a ragione o meno in cima alla lista delle priorità.
Trasporto merci. Uno degli artifici dei sostenitori della
TAV è quello di cambiare TAV in TAC (treno ad alta capacità) quando la
discussione si fa scomoda. Spiazzati dal cambiamento di paradigma, spesso gli
oppositori non riescono più a risintonizzarsi sul nuovo piano del dibattito.
Non voglio correre questo rischio e mi sintonizzo direttamente sulla TAC. Il
trasporto merci su rotaia in Italia è ridicolo. Il problema non è la modernità
delle linee, perché i treni merci sono dei ferrivecchi; il problema è dove
diavolo caricare e scaricare la merce dai treni. Mancano le piattaforme
logistiche e l’organizzazione circostante. Ma per la Valsusa si sente dire che,
almeno stando alle proiezioni, anche la linea esistente (sì, c’è già la
ferrovia in Valsusa!) sarà insufficiente. Prima di tutto, anche ammettendo che
la nuova linea sia necessaria, non è sufficiente. Ci sono progetti, soldi,
volontà di rifare tutto il sistema del trasporto merci su rotaia in Italia? Se
sì, discutiamo della linea in Valsusa, se no sarebbe solo l’ennesima cattedrale
nel deserto italiota, che grida vendetta al paesaggio e alle carenze
infrastrutturali ben più gravi. Nessuno sembra sentirsi in dovere di darci
queste risposte complementari. Forse ci basta essere un corridoio per Kiev. Ma
anche in uno scenario di improvviso sviluppo del trasporto merci in Italia, la
TAC in Valsusa è necessaria o quanto meno prioritaria? Per la necessarietà,
bisogna immaginare che la linea esistente arrivi a saturazione, dato che dalla
velocità delle merci non importa nulla a nessuno. Le iperboliche previsioni di
saturazione della linea esistente tengono conto che sarà sempre più facile
mettere un treno in fila all’altro? Non stiamo parlando di “rocket science”,
sicuramente delle persone di buona volontà lo possono fare già adesso, quasi
come per le metropolitane. A questo proposito me la sento di fornire un dato:
la linea esistente ha 2, non 1, binari. Infine, per non voler accettare nemmeno
il minimo rischio che la Valsusa diventi l’ignominioso collo di bottiglia fra
Kiev e Lisbona, bisogna essere invece molto ottimisti sul fatto che in Italia
non esistano altri colli di bottiglia infrastrutturali più gravi e meno costosi
da eliminare. Le Autostrade del Mare (che non sono autostrade ma solo un’organizzazione
per sfruttare una cosa che c’è già, cioè il mare) erano una soluzione perfetta per
bypassare i colli di bottiglia dati dalle infrastrutture e dall’orografia della
terra ferma. Non se ne parla più, forse anche perché perforare 50 chilometri di
montagna è molto più costoso.
Trasporto passeggeri. A parte gli ultras del Benfica e della
Dinamo, nessuno percorrerà mai davvero il corridoio 5, ma un suo segmento sì.
Su quali distanze il treno è competitivo con l’aereo? Visti i tempi e i costi
dell’alta velocità in giro per l’Europa, direi sotto i 600/700 kilometri.
Infatti è la distanza fra Milano e Roma o Napoli e lì il dubbio se prendere il
treno o l’aereo sorge. Cosa c’è aldilà di quel tunnel al di sotto di quella
distanza? La Savoia, meta d’élite. Lione, bella, per carità. La Borgogna,
bellissima, ma consiglio l’auto. Basta. Bisogna allungare il raggio per
raggiungere Parigi o Barcellona. Che poi per Parigi converrebbe attraversare la
Svizzera, ma gli svizzeri non stanno facendo la corsa alla TAV. Che strano. Da
questa parte del tunnel invece che esigenze di trasporto passeggeri ci sono?
Milioni di pendolari alla canna del gas. Che prendono la macchina e riducono
alla canna del gas (letteralmente stavolta) chi abita già in città (o tutta la
pianura padana, per solidarietà climatica). Per non parlare del sud. Ma la
domanda conclusiva è: ammesso che tutti viaggeremo in treno fra Italia e
Francia e la cosa fa piacere perché il treno è più pulito dell’aereo e così
forse impariamo la cura del territorio francese prima di chiedere fiducia alle
popolazioni locali: vale la pena spendere così “tanti soldi” e così “tanto
tempo” per andare più veloci per 50 chilometri? Mettevi comodi, prendetevi un
buon giallo e magari riuscirete a scoprire l’assassino prima di Lione.
martedì 3 aprile 2012
Dopo il mio ultimo post dell'1/1, ecco il mio post del 4/4. Spero di fare il prossimo prima del 9/9.
Primo: dalla Lettera di Monti ai Milanesi, versetti 1:4:
Secondo: dalla Lettera di Boldrin ai Romani, Paragrafo 5:
Terzo e ultimo: l'avanzo primario. Qui non ho molto da citare perche' Boldrin, sostenendo che nessun governo dal 1990 ad oggi ha tentato di fare alcunche' per ridurre le cause strutturali dell'indebitamento italiano, glissa sul decennio 2000-2010 nel quale
Mi sono chiesto - e purtroppo non ho avuto occasione di chiedere - che cosa deve fare Monti? E' una domanda che ho gia' da un po'. E' salito al potere come "tennico", dicendo esplicitamente di non voler fare il politico. Ha alzato le tasse. Nel breve termine, purtroppo andava fatto. Ha detto che gli dispiaceva. Bene. Ha dato una stretta all'evasione, non so i dettagli, mi e' sembrato un po' una cosa da stato di polizia, ma tanto l'Italia e' gia' uno stato di polizia, quindi va bene cosi'. Bene. Poi ha detto, misure per la crescita. Cosa c'e' di piu' "politico" in natura della crescita? Praticamente, la politica esiste perche' non siamo d'accordo su che cosa fare per favorire la crescita.
Beh, per Monti, la crescita si favorisce tramite "liberalizzazioni" e "riforma del lavoro". Quindi, il pacchetto Monti ha finito per essere il classico pacchetto-purga FMI (austerita' + riduzione del potere contrattuale di proletariato e caste varie), soltanto autoimposto. Non vi e' sfuggito come e' stato osannato all'estero, vero? tutti a dire "che bravo Monti" eccetera eccetera. Ma essendo io uno scettico, non ho posizioni preconcette. Se il pacchetto purga funziona (assumendo che si riesca a far passare dal parlamento) ben venga.
Di riforma del lavoro non sono un esperto e parlero' poco. Quello che dico e' che semplicemente l'idea di avere due classi di lavoratori (specialmente per contributi pensione e TFR) non mi e' mai piaciuta. Ovvio che quando tutti i contratti "flessibili" sono stati introdotti, si era detto come andava a finire, quindi questa riforma sembra a me piu' che altro una razionalizzazione dello zoo legale esistente. (Un lavoro da "tennico", appunto). Quindi qui non e' che sia successo granche'.
Di liberalizzazioni pure non sono un esperto, ma ho notato con piacere che e' stata tentata (timidamente) la "liberalizzazione" dei notai. Il sistema legale italiano e' uno dei piu' gravi ostacoli alla crescita, e in questo includo la lentezza del sistema giudiziario, la farraginosita' e arbitrarieta' delle leggi, e l'esistenza dei notai. Questi tre elementi sono dei macigni che bloccano la via dell'investimento, nostrano ed estero. Il sistema giudiziario e' lento e imprevedibile, rendendo i diritti dei cittadini (e peggio ancora degli investitori stranieri) una questione di legge del piu' forte. Le leggi sono talmente complicate che era meglio farle scrivere a Goedel - a volte danno luogo a questioni indecidibili all'interno del sistema (chiedete come e' semplice l'IVA a un commercialista qualunque). Vien da pensare che l'arbitrarieta' delle regole sia creata di proposito per creare preziose opportunita' per l'amministratore pubblico che le deve interpretare. I notai, un residuo dell'era medievale, creano costi di transazione di ordini di grandezza superiore al beneficio sociale. Quindi ben venga una liberalizzazione, cosi' almeno il costo dei servizi di un notaio dovrebbe avvicinarsi al beneficio marginale (eh, eh). Purtroppo pero' la "liberalizzazione" proposta consiste nell'aumento del numero delle licenze. Non e' ovvio che questa sia una soluzione permanente; anche assumendo che la popolazione e l'economia italiana siano in declino (quindi il numero di notai per abitante o per transazione aumenta naturalmente), il titolo e' praticamente ereditario, il che non favorisce molto la competizione dopo una botta una tantum.
E si liberalizzano i taxi, che sara' pure una cosa buona, ma i tassisti non fanno mai tanti soldi. Non e' certo colpa loro se l'economia non funziona. Certo, ci piacerebbero piu' tassisti in giro, e a meno, ma vabbeh. Quindi anche in questo caso non e' successo granche'.
Eh. Vedremo un po' che cosa succede nei prossimi mesi, ma per adesso non si e' fatto granche'. Rimango dell'opinione che il declino e' una cosa che puo' essere arrestata in qualunque momento. Torneremo in una successiva puntata con opinioni piu' "politiche" su come stimolare la crescita, ad uso e consumo del prossimo governo.
Preambolo polemico
La spinta viene da un post del buon Michele Boldrin intitolato Il governo Monti ed il continuismo, ispirato a sua volta da una lettera un po' estemporanea del nostro caro Primo Ministro al Corriere della Sera. Per quanto mi piacciano generalmente gli articoli scritti da Boldrin e dalla maggior parte della sua gang, questo mi ha lasciato un po' cosi'. Vorrei percio' sproloquiare per un quarto d'ora sui grandi temi che tale articolo utilmente porta al centro della discussione:- Possiamo salvare l'economia italiana dal declino?
- Che cosa sta facendo Monti a questo proposito, e perche'?
- Ci piace quello che sta facendo? e che altro andrebbe fatto?
Primo: dalla Lettera di Monti ai Milanesi, versetti 1:4:
Caro Direttore,Vedete cosa succede a mandare le catene di Sant'Antonio dove ci si lamenta che i parlamentari c'hanno il telefonino gratis? Che adesso Monti non c'ha neanche il treggi' per leggersi il Corriere Online e deve andare all'edicola centrale di Shibuya a prendersi la Repubblica stampata in bianco e nero con le notizie dell'altro ieri.
vedo solo ora che alcune considerazioni da me fatte in una conferenza tenuta l'altro ieri a Tokyo presso il giornale Nikkei hanno suscitato vive reazioni in Italia.
Secondo: dalla Lettera di Boldrin ai Romani, Paragrafo 5:
Nel caso non si fosse capito Mario Monti si candida a futuro inquilino del Colle o a prossimo Presidente del Consiglio.Al che, mi devo essere perso qualcosa di grosso perche' avevo creduto a Monti quando ha detto (Paragrafo 9):
torneranno governi «politici», come è naturale (perfino in Giappone, ho dichiarato che il sottoscritto sparirà e che il «montismo» non esiste!).Qui veramente chiedo l'aiuto dei lettori per una spiegazione.
Terzo e ultimo: l'avanzo primario. Qui non ho molto da citare perche' Boldrin, sostenendo che nessun governo dal 1990 ad oggi ha tentato di fare alcunche' per ridurre le cause strutturali dell'indebitamento italiano, glissa sul decennio 2000-2010 nel quale
i governi Berlusconi si sono sempre adoperati per diminuire l'avanzo primario aumentato dagli altri governi (nei periodi 1996-2001 e 2006-2008), minando così alla base il percorso di risanamento delle finanze pubbliche(cito da un altro articolo sullo stesso sito). Per carita' va bene tutto ma fare di tutta l'erba un fascio mi sembra un po' affrettato. Abbiamo avuto governi mediocri, e governi tragici.
Il sugo della storia
Ma le quibbles di cui sopra non vi interessano. L'altra mattina, trovandomi a Nuova York, mi sono imbucato a una colazione sponsorizzata dall'Economic Club of New York, dove un banchiere pezzo grosso in pensione presentava un libro. Il tipo raccontava che "bisogna fare le riforme in Europa, ma in molti paesi si pensa di potercesela cavare sempre, di avere ancora tempo per i battibecchi, eccetera eccetera". Aggiungeva poi che almeno in Italia "finora tutto bene, Monti sembra stare facendo quel che deve fare".Mi sono chiesto - e purtroppo non ho avuto occasione di chiedere - che cosa deve fare Monti? E' una domanda che ho gia' da un po'. E' salito al potere come "tennico", dicendo esplicitamente di non voler fare il politico. Ha alzato le tasse. Nel breve termine, purtroppo andava fatto. Ha detto che gli dispiaceva. Bene. Ha dato una stretta all'evasione, non so i dettagli, mi e' sembrato un po' una cosa da stato di polizia, ma tanto l'Italia e' gia' uno stato di polizia, quindi va bene cosi'. Bene. Poi ha detto, misure per la crescita. Cosa c'e' di piu' "politico" in natura della crescita? Praticamente, la politica esiste perche' non siamo d'accordo su che cosa fare per favorire la crescita.
Beh, per Monti, la crescita si favorisce tramite "liberalizzazioni" e "riforma del lavoro". Quindi, il pacchetto Monti ha finito per essere il classico pacchetto-purga FMI (austerita' + riduzione del potere contrattuale di proletariato e caste varie), soltanto autoimposto. Non vi e' sfuggito come e' stato osannato all'estero, vero? tutti a dire "che bravo Monti" eccetera eccetera. Ma essendo io uno scettico, non ho posizioni preconcette. Se il pacchetto purga funziona (assumendo che si riesca a far passare dal parlamento) ben venga.
Di riforma del lavoro non sono un esperto e parlero' poco. Quello che dico e' che semplicemente l'idea di avere due classi di lavoratori (specialmente per contributi pensione e TFR) non mi e' mai piaciuta. Ovvio che quando tutti i contratti "flessibili" sono stati introdotti, si era detto come andava a finire, quindi questa riforma sembra a me piu' che altro una razionalizzazione dello zoo legale esistente. (Un lavoro da "tennico", appunto). Quindi qui non e' che sia successo granche'.
Di liberalizzazioni pure non sono un esperto, ma ho notato con piacere che e' stata tentata (timidamente) la "liberalizzazione" dei notai. Il sistema legale italiano e' uno dei piu' gravi ostacoli alla crescita, e in questo includo la lentezza del sistema giudiziario, la farraginosita' e arbitrarieta' delle leggi, e l'esistenza dei notai. Questi tre elementi sono dei macigni che bloccano la via dell'investimento, nostrano ed estero. Il sistema giudiziario e' lento e imprevedibile, rendendo i diritti dei cittadini (e peggio ancora degli investitori stranieri) una questione di legge del piu' forte. Le leggi sono talmente complicate che era meglio farle scrivere a Goedel - a volte danno luogo a questioni indecidibili all'interno del sistema (chiedete come e' semplice l'IVA a un commercialista qualunque). Vien da pensare che l'arbitrarieta' delle regole sia creata di proposito per creare preziose opportunita' per l'amministratore pubblico che le deve interpretare. I notai, un residuo dell'era medievale, creano costi di transazione di ordini di grandezza superiore al beneficio sociale. Quindi ben venga una liberalizzazione, cosi' almeno il costo dei servizi di un notaio dovrebbe avvicinarsi al beneficio marginale (eh, eh). Purtroppo pero' la "liberalizzazione" proposta consiste nell'aumento del numero delle licenze. Non e' ovvio che questa sia una soluzione permanente; anche assumendo che la popolazione e l'economia italiana siano in declino (quindi il numero di notai per abitante o per transazione aumenta naturalmente), il titolo e' praticamente ereditario, il che non favorisce molto la competizione dopo una botta una tantum.
E si liberalizzano i taxi, che sara' pure una cosa buona, ma i tassisti non fanno mai tanti soldi. Non e' certo colpa loro se l'economia non funziona. Certo, ci piacerebbero piu' tassisti in giro, e a meno, ma vabbeh. Quindi anche in questo caso non e' successo granche'.
Eh. Vedremo un po' che cosa succede nei prossimi mesi, ma per adesso non si e' fatto granche'. Rimango dell'opinione che il declino e' una cosa che puo' essere arrestata in qualunque momento. Torneremo in una successiva puntata con opinioni piu' "politiche" su come stimolare la crescita, ad uso e consumo del prossimo governo.
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