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sabato 9 giugno 2012

La pianificazione economica e' fattibile?

In un articolo semiserio, Cosma Shalizi prende spunto da una recente lettura, Red Plenty, e cerca di quantificare le risorse computazionali necessarie per affrontare, e risolvere, il problema della pianificazione economica.

In parole povere, la risposta e' - troppe. La complessita' del problema aumenta in modo piu' che lineare con il numero di beni e servizi. Per fare un buon lavoro, il Pianificatore Centrale deve sapere tutto riguardo a input e output di tutti i processi produttivi, e per di piu' cercare di interpretare le preferenze dei consumatori (ammesso, ovviamente, che al Pianificatore interessi soddisfare queste preferenze).

L'autore propone (citando Trotski!) che l'unica soluzione per il pianificatore e' di specificare le proporzioni nelle quali ciascun bene/servizio vada prodotto, e lasciare che il mercato faccia arrivare le informazioni dove servono tramite un sistema di prezzi massimizzando la produzione totale. Il "mercato" qui sarebbe l'interazione di consumatori e aziende, dove le aziende sono delle entita' la cui missione e' produrre cose e massimizzare profitti, come in un'economia di mercato. La differenza e' che le aziende sono delle unita' fittizie create dal pianificatore. Non mi e' chiaro, dalla discussione, dove deriva l'incentivo alle aziende di massimizzare profitti visto che non possono trattenerli. Se il pianificatore mi nominasse amministratore delegato di un'azienda socialista, probabilmente mi metterei a massimizzare il beneficio privato - non il profitto. Mi rendo conto che, data l'esperienza sovietica, ma anche solo l'esperienza italiana con l'economia di stato, fare un argomento simile e' come sparare sulla croce rossa. In ogni caso, anche con un sistema di pseudoaziende e pseudoprezzi, resterebbe al pianificatore l'arduo compito di decidere quali beni vadano prodotti in quali proporzioni (e, aggiungo io, quante risorse vadano allocate allo sviluppo di nuovi prodotti).

Il che ci porta a un altro passo nella direzione di capire di che cosa stiamo parlando. Ogni tanto leggo un qualche paper di biologia evolutiva e piano piano mi sono reso conto che i biologi (almeno, quei biologi che hanno un'inclinazione alla matematica) hanno sviluppato indipendentemente una sostanziale parte di economia e teoria dei giochi. La motivazione viene dalla teoria dell'evoluzione: spiegare come determinati tratti genetici possano prevalere in una popolazione, o come diverse popolazioni possano assestarsi in un equilibrio. Poiche' gli animali non si scambiano moneta, il sistema deve convergere verso l'equilibrio grazie soltanto a un principio: la selezione naturale.

A questo riguardo, noi economisti siamo molto piu' confusi. La nostra analisi e' sempre basata sull'ottimizzazione, ma la forza che permette al sistema di convergere verso un equilibrio e' talvolta la volonta' degli agenti (per esempio, l'amministratore delegato di un'azienda che cerca di massimizzare il profitto dando per scontati i prezzi di input e output); talvolta la selezione naturale (per esempio, la determinazione delle proporzioni ottimali di prodotti). Nel caso del pianificatore, la volonta' di un burocrate si sostituisce alla selezione naturale, e ovviamente non e' garantito che avremo risultati migliori (o peggiori). Persino in un'economia di mercato (ritornando al post di Cosma Shalizi) la maggior parte dell'attivita' economica avviene all'interno di aziende nelle quali vige un sistema "sovietico" di pianificazione. Suppongo ci siano numerosi studi sia teoretici che empirici sui limiti ottimali dell'azienda - studi che prima o poi leggero', seppure in forma condensata - i quali piu' o meno consciamente fanno luce su "quale principio ottimizzante sia il piu' efficace in determinate condizioni".

Mi pare tuttavia che la distinzione che ho appena tracciato vada presa piu' seriamente di quanto e' stato fatto finora. Non si puo' semplicemente scrivere una funzione obiettivo, trovarne la derivata prima, e trovare il punto (o i punti) dove la derivata e' zero. E' utile anche avere presente qual e' la forza che spinge il sistema verso questo punto, per capire se e quanto velocemente ci arrivera'.

venerdì 8 giugno 2012

L'euristica dell'uovo in camicia

Premetto subito che basted egg non vuol dire esattamente uovo in camicia; in realta' e' a meta' tra un uovo in camicia e un uovo al tegamino. Se qualcuno sa come si chiama in italiano, saremmo lieti di scoprirlo. Si comincia come se fosse al tegamino, ma poi si aggiunge immediatamente un po' di brodo e si copre per 7-9 minuti. In tal modo la parte superiore viene cotta senza dover girare l'uovo. Premetto anche che ho provato a farlo e non mi e' piaciuto, a me piace il giallo liquido e/o il bianco bruciacchiato, e con questa tecnica si riesce - come nelle uova in camicia - a non avere ne' l'uno ne' l'altro. Vabbeh.

L'uovo in camicia e' funzionalmente lo stesso. E' un piatto cosi' semplice che non c'e' sul menu. Un ristorante puo' prepararlo a costo zero perche' gli ingredienti costano quindici centesimi e l'attenzione richiesta al cuoco e' quasi nulla. Si puo' mettere sul fuoco e dimenticarsene per 10 minuti, poi servirlo e intascare un margine di profitto invidiabile. Non che da sole le uova in camicia permettano a un ristorante di campare, ma sono una di quelle cose che quando richieste dovrebbero dare un momento di gioia al proprietario.

Sostiene Paco Nathan che ogni ristorante dove e' stato che non gli abbia servito un uovo in camicia con un sorriso e' fallito nel giro di poco tempo. In altre parole, non voler vendere al cliente qualcosa che non e' sul menu ma che e' semplice e profittevole e' indicativo di una fatale mancanza di organizzazione e senso degli affari. La domanda interessante qui e' - possiamo applicare questa euristica ad altri filoni di business? (Non tutti: pensate a Telecom Italia). Quali sono le caratteristiche di un settore che permettono a questa euristica di funzionare? Livello di competizione? Intensita' di capitale? mmmhhhh...

Lascio aperto per la discussione e i suggerimenti dei lettori. Potrei aggiungere ancora qualcosa dopo.

Peggio e' Meglio

Questo post e' ispirato da un saggio molto famoso in ambienti informatici, intitolato The Rise of ``Worse is Better''.

Il sugo della storia si puo' riassumere come segue. Ci sono due modi di fare le cose in ambito informatico: Fare la Cosa Giusta, e Peggio e' Meglio. I proponenti della prima scuola (sono tentato di etichettarli "giustizialisti") tendono ad affrontare progetti complicati ed ambiziosi al fine di creare prodotti (in senso lato) che siano privi di difetti e internamente coerenti. I "peggioristi" mirano a buttar fuori qualcosa di usabile al piu' presto e poi a migliorarlo in corsa, sotto la pressione degli utenti. Il secondo paradigma, secondo l'autore, ha dimostrato in piu' occasioni di essere superiore da un punto di vista Darwiniano (vince piu' spesso). Esempi di questo paradigma sono Unix (il sistema operativo) e C (il linguaggio di programmazione).

Guardando al presente, ci sono numerosi esempi moderni - per esempio, le mille e una politiche della privacy di Facebook. Se si fosse aspettato di avere la Policy Perfetta prima di lanciare Facebook, Facebook non esisterebbe. La domanda interessante, pero', e': possiamo applicare questo principio al di fuori della tecnologia, all'ingegneria in generale, o persino all'economia e alla politica?

Penso proprio di si'. L'Euro mi sembra che risponda alla descrizione. Un'accozzaglia di popoli, monete e politiche fiscali riuniti da una sola moneta - pianificarla propriamente in anticipo piu' di quanto sia stato fatto non sarebbe stato molto fruttuoso. Meglio buttarsi e vedere cosa succede.

E' pero' vero che questo consiglio non va preso troppo alla lettera, ne' intendo sostenere che l'Euro e' stato concepito come una lucida applicazione di questo paradigma. In un successivo intervento intitolato Worse is Better is Worse - il secondo di una lunga trafila - l'autore raccomanda di non insegnare questo principio perche' perverte le menti della gioventu'. Meglio allevare i giovani a un sano idealismo e lasciare che scelgano da se' di peccare in cantina.